“Mi scusi signora, ho il presidente degli Stati Uniti al telefono”

La costruzione di un re. Perché Chicago non è più la Second City, come vantava d’essere in altri tempi e in un’altra America. Ma non rinuncia a essere un’interpretazione-Midwest dell’idea di monarchia. Posizione dove l’incoronato viene sistemato per restare, lavorare e portare risultati. Anche se c’è da sporcarsi le mani. Sarà per questo che, non appena Rahm Emanuel ha palesato l’intenzione di correre per la poltrona liberata dalla dinastia Daley, la sua è sembrata subito un’idea eccellente. Leggi A Chicago c’è un supereroe, ma non è mai stato in città – Leggi Scontri, faide, gomitate. Il grande scontro tra democratici a Chicago – Leggi Chicago e la saga dei Daley – Leggi il ritratto di Emanuel
15 AGO 20
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Rahm è prima di tutto uno stile impareggiabile applicato a una funzione: ruggente pragmatismo e un’irruenza puntata dritta allo scopo e disinteressata al politicamente corretto. Motivi per i quali c’era da dubitare che, concluse le sue mansioni da runningback al servizio d’un presidente inizialmente troppo nuovo per essere vero, esistesse una possibile conciliazione tra l’invadenza dello “stile Emanuel” e l’approccio mentale di Obama. Gli imbarazzi cominciavano a essere reciproci, per cui Rahm, con l’abituale dinamismo, al primo buon treno che è passato, quello che conduceva all’ufficio di sindaco della sua città, è montato, affrontando la contraerea subito entrata in azione. Gli hanno messo parecchi bastoni tra le ruote, sotto ogni punto di vista procedurale, burocratico e normativo, per impedirgli di correre, nella speranza che il cavillo giusto, legato ai certificati di residenza e ai contratti d’affitto delle sue case, lo trasformassero in disoccupato di lusso. Ma Rahm ha tenuto fede a un nome che suona come “ariete”. E oggi corre da favorito: alla maggioranza dei chicagoensi mettere le proprie opzioni locali nelle mani d’un uomo d’azione di questa qualità, capace d’intellettualizzare la rudezza americana (roba da pionieri: poche parole e sbrigatività come formato della dignità maschile), va benissimo.
Chicago è un posto complicato: è grande e ricca, è ancora geograficamente divisa tra le comunità etniche che la abitano, mentre le aree povere sono assurdamente disseminate a macchia di leopardo in mezzo al benessere. Chicago sa cambiare, ma negli ultimi decenni ha cambiato troppo, e ora deve riguadagnare l’equilibrio senza il quale un sistema metropolitano rischia il caos. Rahm arriva da responsabilità impressionanti, ma si dice pronto ad adattarsi al lavoro da fare, salvo farlo sempre col suo stile travolgente. Capisce i problemi, conosce un sacco di gente, è un implacabile cacciatore di soluzioni. Ottima materia prima per Chicago, dove si è convinti che a tutto si può rimediare, salvo il tempo da lupi, da settembre a maggio.
Prendendo Chicago per le corna, Rahm sta comunque producendo una serie di adattamenti alla strategia di conquista delle simpatie necessarie a vincere. L’Emanuel candidato-sindaco non urla più, non parla sporco e non insulta nessuno. Lavora duro alla campagna elettorale e pensa a convincere gli elettori: sono l’uomo che rimetterà Chicago sulla mappa delle metropoli di prima classe. Con me la recessione sarà un brutto ricordo. Tuttavia c’è chi non l’ascolta: poliziotti e pompieri non sono dalla sua parte. Lui li ha criticati perché in troppi hanno un secondo lavoro e quelli gli hanno dichiarato guerra (lui ha tenuto duro, con uno spot nel quale va giù pesante: “Lavorare per la città di Chicago non è lavorare per un’agenzia di part time”). E la sua tempra da fuoriclasse della politica paga dividendi anche sul difficile campo della Chicago politics: “Serve uno squalo per tenere sotto controllo i barracuda”, scrive il Chicago Tribune. E il suo predecessore Richard Daley, conferma che contro Rahm non c’è partita: “Chi vive qui lo sa: devi essere un duro e pensare in grande, per comandare. Non c’è posto per i principianti”.

Ora la scommessa di Rahm è chiudere la pratica subito
, al primo turno, superando il 50 per cento delle preferenze e rendendo superfluo il ballottaggio. Nonostante il numero di candidati sia alto (sei), ce la può fare. Neppure la senatrice nera Carol Moseley Braun può infastidirlo, sebbene il fronteggiamento razziale a Chicago sia un fatto e votare per un ebreo non sia certo la prima opzione per gli afroamericani. Del resto Rahm voleva diventare il primo speaker ebreo della Camera e ha rinunciato al progetto soltanto per diventare l’uomo di fiducia del candidato nero Obama. Poi ha riguardato verso casa, verso Chicago: niente più Situation Room delle crisi internazionali e spazio alle problematiche della nettezza urbana nelle periferie. Cos’è successo? “La Casa Bianca è un posto fantastico. Ma oggi la cosa che mi emoziona di più è assumere la responsabilità della città dove sono nato. Ci sono grandi sfide da affrontare”.
Sottotesto: se volete vincerle, quelle sfide, sapete chi scegliere. Cominciando dalla riduzione del deficit annuale di 500 milioni di dollari e dalla questione-segregazione, mai scalfita. “La città può anche avere il migliore teatro d’opera del mondo. Se la metà dei ragazzini non si diploma, significa che fallisce”. Certo, sono slogan elettorali, ma è un’immagine che funziona. Soprattutto quando a lubrificarla ci sono i 10 milioni di dollari che Rahm ha raccolto, con Steve Jobs e Steven Spielberg tra i finanziatori.
Quando per la prima volta ha dichiarato l’intenzione di correre, Rahm aveva il 7 per cento delle preferenze. Quattro mesi dopo, competizione chiusa. A mandarlo in orbita è stata la base di Daley, la gente del business e tanti politici locali. Scott Turow, il romanziere più celebre in città, racconta gli ultimi giorni di Rahm verso la corona di re di Chicago, come la cavalcata di un uomo i cui limiti ancora sono da stabilire. Turow accompagna Emanuel lungo una giornata di campagna e ne resta stregato. Poi aspetta pazientemente mentre Rahm, per rispondere al cellulare, interrompe la conversazione con un’elettrice. “Mi scusi signora – sussurra Rahm l’ammaliatore – Ho il presidente degli Stati Uniti al telefono”.